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20 settembre

America First, Hormuz, Cina e Israele: il nuovo equilibrio della crisi energetica

aggiornamento da giorno 9 al 14 settmebre  

PUN in forte rialzo dopo la contrazione domenicale: quanto pesa la situazione in Medio Oriente?

Il comportamento del PUN tra domenica 13 e lunedì 14 settembre merita particolare attenzione.

Il prezzo passa infatti da 166,51 €/MWh del 13 settembre a 225,85 €/MWh del 14 settembre, con un incremento di circa 35,6% in un solo giorno.

Una parte di questo movimento può essere spiegata dalla normale differenza tra una giornata festiva e la successiva ripresa dell'attività lavorativa. La domanda elettrica cambia, così come cambiano il mix produttivo e le condizioni di equilibrio del mercato.

Ma il dato merita un'osservazione ulteriore.

Nelle stesse ore, infatti, il quadro energetico internazionale non mostrava segnali di distensione. Le tensioni in Medio Oriente, i rischi legati alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e le difficoltà sul fronte diplomatico continuavano a rappresentare un elemento di forte incertezza per i mercati dell'energia.

Non sarebbe corretto attribuire l'intero incremento del PUN alla situazione geopolitica. Il prezzo dell'elettricità è il risultato dell'interazione di numerosi fattori: domanda, produzione rinnovabile, disponibilità degli impianti, importazioni ed esportazioni, prezzo del gas e delle altre fonti energetiche.

Tuttavia, c'è un elemento che non può essere ignorato.

Quando un mercato ha appena registrato una forte contrazione e, nel giro di una sola giornata di contrattazione, recupera oltre il 35%, è ragionevole chiedersi se, oltre alla normale dinamica della domanda, non siano intervenuti anche fattori esterni capaci di aumentare rapidamente la percezione del rischio.

In questo senso la situazione mediorientale può essere considerata non necessariamente come la causa unica del rialzo, ma come un fattore potenzialmente amplificatore della pressione sui prezzi energetici.

Il dato del 14 settembre rappresenta quindi un episodio particolarmente interessante da osservare anche in prospettiva.

La domanda non è soltanto perché il PUN sia aumentato, ma soprattutto quanto velocemente un fattore esterno possa modificare l'equilibrio del mercato elettrico italiano e quanto questo movimento riesca a discostarsi dalla tendenza precedente.

È proprio questo genere di episodio che permette di comprendere meglio il comportamento del PUN durante le fasi di forte volatilità e che, nel tempo, può fornire indicazioni utili per valutare la capacità dei sistemi previsionali di distinguere una normale oscillazione da un cambiamento più significativo delle condizioni di mercato.

🔴 AGGIORNAMENTO – LA SETTIMANA DELLO SHOCK ENERGETICO

La settimana appena trascorsa ha segnato una nuova fase della crisi energetica legata alle tensioni in Medio Oriente. La situazione nello Stretto di Hormuz è rimasta estremamente critica, mentre il fronte si è ulteriormente allargato con il coinvolgimento dell'area del Mar Rosso e nuove tensioni tra gli Houthi e l'Arabia Saudita.

Nonostante il quadro geopolitico sia rimasto particolarmente instabile, il mercato dell'energia ha mostrato un comportamento che merita attenzione. Il prezzo del petrolio ha continuato a muoversi su livelli elevati, ma senza una nuova accelerazione proporzionale all'aggravarsi della situazione. Anche il PUN italiano, dopo i forti aumenti delle settimane precedenti, sembra avere trovato una fascia di relativa stabilizzazione intorno ai 220 €/MWh, con oscillazioni giornaliere al di sopra o al di sotto di questo livello.

Il dato è particolarmente interessante perché mostra come il mercato elettrico non reagisca necessariamente in modo lineare a ogni nuova escalation geopolitica. Una parte dello shock può essere già stata incorporata nei prezzi, mentre gli operatori continuano a valutare contemporaneamente i rischi sulle forniture, le possibili vie alternative per il trasporto delle materie prime energetiche e l'evoluzione delle trattative diplomatiche.

Nei prossimi giorni sarà quindi importante osservare se il livello raggiunto dal PUN rappresenti una nuova fascia di equilibrio oppure soltanto una fase temporanea all'interno di uno scenario ancora caratterizzato da elevata incertezza.


Aggiornamento al 20 settembre 2026

Dalle tensioni in Medio Oriente alla pressione sui mercati energetici: il ruolo di Hormuz, Mar Rosso, petrolio e PUN.

La forte variazione del PUN osservata a metà settembre ci aveva già portato a una domanda: quanto può incidere la situazione geopolitica sul prezzo dell'energia elettrica?

La risposta, però, non può essere ricercata in un singolo evento.

Il movimento del PUN dipende dall'incontro tra domanda e offerta sul mercato elettrico, dalle condizioni meteorologiche, dalla produzione rinnovabile, dal costo del gas, dal petrolio e dalle aspettative degli operatori. Ma quando una crisi geopolitica coinvolge contemporaneamente petrolio, gas, rotte marittime e infrastrutture energetiche, il suo effetto può diventare molto più ampio.

Ed è proprio quello che stiamo osservando in questi giorni.

🔴 AGGIORNAMENTO – HORMUZ, MAR ROSSO E NUOVE TENSIONI NEL GOLFO

📈 Il PUN dopo il forte rialzo del 14 settembre

Il punto di partenza della nostra analisi resta il movimento registrato tra il 13 e il 14 settembre.

Il PUN è passato da 166,51 €/MWh il 13 settembre a 225,85 €/MWh il 14 settembre, con un incremento giornaliero del 35,64%.

Una variazione così marcata non può essere automaticamente attribuita alla situazione internazionale. Il 13 settembre era domenica e il 14 settembre lunedì: anche il normale cambiamento della domanda elettrica tra i due giorni contribuisce alla differenza.

Il dato interessante è però ciò che è accaduto successivamente.

Il PUN è rimasto su livelli elevati per diversi giorni, arrivando a 220,83 €/MWh il 18 settembre e scendendo poi a 203,03 €/MWh il 19 settembre. Quindi il picco del 14 settembre non si è trasformato immediatamente in un ritorno ai livelli precedenti.

Questo è il motivo per cui, nella nostra analisi, la geopolitica deve essere considerata soprattutto come un possibile fattore di pressione e amplificazione, non come una spiegazione automatica di ogni movimento del PUN.

🇺🇸 America First: l'energia come arma dello scontro economico?

È questo il punto dell'analisi che avevamo sviluppato nei giorni scorsi e che oggi assume ancora maggiore importanza.

La strategia “America First” non riguarda soltanto commercio, industria e rapporti economici. Nel contesto della crisi con l'Iran, la pressione economica e quella energetica si sono sovrapposte.

Le sanzioni, il blocco dei porti iraniani e la limitazione delle esportazioni di petrolio hanno avuto un effetto diretto sull'economia iraniana. Ma contemporaneamente hanno prodotto una conseguenza molto più ampia: hanno modificato i normali flussi energetici internazionali.

Ed è qui che la questione diventa interessante per chi osserva il PUN.

Se una grande potenza utilizza la propria forza economica e strategica per ridurre la capacità di un importante produttore di esportare energia, il mercato deve necessariamente ricalcolare disponibilità, percorsi alternativi, costi di trasporto e rischio.

La domanda quindi non è semplicemente:

“Gli Stati Uniti stanno utilizzando l'energia come arma?”

La domanda più utile per chi analizza i mercati è:

“Quanto può diventare costosa, per il mercato mondiale, una strategia che altera contemporaneamente produzione, esportazioni e rotte energetiche?”

Ed è proprio questa seconda domanda che interessa maggiormente la nostra analisi del PUN.

🇮🇱 Il ruolo di Israele: perché non possiamo ignorarlo

La crisi energetica attuale non può essere separata dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.

Le operazioni militari avviate dagli Stati Uniti e da Israele contro l'Iran hanno aperto una fase di forte instabilità regionale che, nei mesi successivi, si è estesa ben oltre il territorio iraniano.

La conseguenza più importante per il mercato energetico non è soltanto militare. È soprattutto geografica.

Il conflitto ha coinvolto progressivamente aree e infrastrutture situate lungo le principali direttrici di esportazione dell'energia dal Golfo verso i mercati internazionali.

Questo significa che una nuova escalation non avrebbe necessariamente bisogno di colpire direttamente un grande giacimento petrolifero per produrre effetti sui prezzi: potrebbe essere sufficiente aumentare il rischio percepito sulle rotte, sulle infrastrutture o sulla sicurezza della navigazione.

È proprio il premio per il rischio che può trasferirsi rapidamente sui mercati petroliferi e, indirettamente, sul gas e sull'energia elettrica.

🇨🇳 Cina: il Paese che ha molto da perdere

Ed è qui che entra in gioco un altro protagonista fondamentale: la Cina.

La posizione di Pechino è particolarmente interessante perché la Cina mantiene contemporaneamente importanti rapporti economici con l'Iran, con i Paesi del Golfo e con gli Stati Uniti.

La Cina è inoltre uno dei principali acquirenti del petrolio iraniano. Secondo Reuters, nel 2025 gli acquisti cinesi rappresentavano oltre l'80% delle esportazioni iraniane di petrolio via mare, con una media di circa 1,4 milioni di barili al giorno.

Per questo motivo Pechino ha un interesse molto concreto alla riapertura delle normali rotte energetiche.

Non è quindi casuale che nei giorni scorsi la Cina abbia chiesto all'Iran di contribuire a contenere l'attività degli Houthi nel Mar Rosso, dopo una richiesta di aiuto arrivata dall'Arabia Saudita.

La posizione cinese è particolarmente significativa perché dimostra una cosa: quando la crisi energetica raggiunge contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb, non esistono più soltanto interessi militari o politici, ma anche enormi interessi economici.

La Cina, infatti, dipende dalle importazioni energetiche provenienti dal Medio Oriente e ha tutto l'interesse a evitare che la crisi si trasformi in una chiusura prolungata delle principali vie marittime.

🚢 Hormuz: non è una chiusura assoluta, ma il traffico è fortemente ridotto

Questo è un punto sul quale vale la pena essere molto precisi.

Dire semplicemente che “lo Stretto di Hormuz è chiuso” rischia di semplificare eccessivamente la situazione.

Il traffico non è completamente azzerato, ma è molto inferiore rispetto alla normalità.

Il 17 settembre, secondo i dati di monitoraggio riportati da Reuters, attraverso Hormuz sono transitati appena 3 mercantili commerciali, contro una media di circa 17 navi nei dieci giorni precedenti.

Questo significa che il problema non è soltanto la possibilità fisica di attraversare lo Stretto, ma anche il rischio associato alla navigazione.

Quando una compagnia di navigazione deve decidere se far transitare una nave in una zona di guerra, il costo non è più rappresentato soltanto dal prezzo del carburante o dal tempo di percorrenza.

Entrano in gioco assicurazioni, noli, sicurezza, tempi di consegna e possibilità di utilizzare rotte alternative.

🔴 E il problema si è spostato anche verso il Mar Rosso

La situazione diventa ancora più delicata perché contemporaneamente è aumentata la pressione sulla rotta del Bab el-Mandeb, tra Mar Rosso e Golfo di Aden.

L'avanzata degli Houthi lungo la costa yemenita e la crescente pressione sull'Arabia Saudita hanno trasformato il Mar Rosso in un secondo punto di attenzione per il mercato energetico.

Il problema è diventato ancora più concreto dopo i danni subiti dall'oleodotto saudita East-West, una delle infrastrutture utilizzate per trasportare il petrolio verso il Mar Rosso evitando il passaggio attraverso Hormuz.

In altre parole, proprio mentre Hormuz è fortemente limitato, anche una delle principali alternative logistiche della regione è sottoposta a pressione.

È questa contemporaneità degli eventi a rendere la situazione particolarmente interessante dal punto di vista energetico.

🛢️ Il petrolio sopra i 100 dollari e la ricerca di rotte alternative

Il mercato petrolifero ha reagito a questo quadro mantenendosi su livelli elevati.

Il Brent è rimasto sopra i 100 dollari al barile, anche se negli ultimi giorni sono emersi segnali di parziale allentamento della pressione.

L'Arabia Saudita sta infatti cercando di aumentare le esportazioni attraverso soluzioni alternative, compresi trasferimenti nave-nave nei pressi dell'Oman. Reuters ha riportato che Saudi Aramco punta a movimentare circa 60 milioni di barili tra settembre e ottobre attraverso queste modalità.

Questo è un elemento importante perché dimostra che il mercato non reagisce soltanto agli eventi negativi: reagisce anche alla capacità dei produttori di trovare rapidamente alternative logistiche.

Ed è proprio questo uno dei motivi per cui il prezzo del petrolio può salire rapidamente, ma anche ridimensionarsi quando emerge una nuova disponibilità di greggio.

⚡ E il PUN cosa c'entra?

Il collegamento con il PUN non è diretto e soprattutto non è istantaneo.

Il PUN italiano nasce dal mercato elettrico e risente di numerosi fattori. Tuttavia, in un sistema energetico nel quale il gas continua ad avere un ruolo importante nella produzione elettrica, un aumento del costo delle materie prime energetiche può trasferirsi progressivamente anche sul prezzo dell'elettricità.

La sequenza da osservare è quindi:

tensione geopolitica → rischio sulle rotte → petrolio e gas → costi di approvvigionamento → aspettative degli operatori → mercato elettrico → PUN.

Non significa che ogni aumento del PUN sia causato dalla geopolitica.

Significa invece che, quando contemporaneamente si verificano tensioni su Hormuz, Mar Rosso, infrastrutture petrolifere e approvvigionamenti, il fattore geopolitico può diventare un amplificatore della volatilità energetica.

🔎 La vera domanda adesso: quanto durerà l'effetto?

È probabilmente questo il punto più difficile da prevedere.

Il mercato può assorbire uno shock temporaneo se le rotte alternative funzionano, le scorte sono sufficienti e la situazione tende rapidamente alla normalizzazione.

Se invece le limitazioni alla navigazione dovessero protrarsi, oppure se la crisi dovesse estendersi ulteriormente, l'effetto potrebbe diventare più persistente.

Ed è proprio per questo che, nel nostro sistema di analisi del PUN, non consideriamo la geopolitica come una variabile capace da sola di determinare il prezzo.

La consideriamo piuttosto come una variabile esterna che può modificare rapidamente una tendenza già in corso.

💡 COSA FARE SE HAI UNA FORNITURA LUCE O GAS?

In una fase di forte volatilità come quella attuale, la cosa più utile non è cercare di indovinare quale sarà il prezzo dell'energia tra qualche settimana.

È molto più concreto controllare oggi le condizioni della propria fornitura.

Qual è il prezzo applicato? La tariffa è fissa o indicizzata? Qual è il meccanismo di aggiornamento? Quando scade l'attuale condizione economica? Esistono margini per ridurre il costo complessivo della fornitura?

Non significa necessariamente dover cambiare contratto.

Significa semplicemente sapere quanto si sta pagando e verificare se esiste una soluzione più conveniente, soprattutto prima che eventuali nuovi shock energetici possano modificare nuovamente il mercato.

Se vuoi, posso aiutarti a fare una verifica della tua situazione in modo gratuito e senza obbligo di cambiare fornitore.

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📌 In conclusione

La situazione che stiamo osservando nel settembre 2026 è molto più complessa di un semplice aumento del prezzo del petrolio.

America First, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il ruolo della Cina, la posizione dell'Arabia Saudita, Hormuz e Bab el-Mandeb stanno interagendo all'interno dello stesso sistema energetico.

Non sappiamo quale sarà l'evoluzione della crisi e non sarebbe corretto trasformare ogni tensione in una previsione certa di nuovi rincari.

Ma una cosa è già evidente: quando due delle principali direttrici marittime dell'energia mondiale vengono sottoposte contemporaneamente a pressione, il mercato diventa inevitabilmente più vulnerabile agli shock.

Ed è proprio questo il motivo per cui continueremo a seguire non soltanto il valore del PUN, ma anche ciò che accade prima che quel prezzo arrivi sul mercato elettrico.

🔗 AGGIORNAMENTO — Iran-USA

Le recenti dichiarazioni di Donald Trump su un possibile accordo con l’Iran dopo le elezioni di novembre si confrontano con posizioni ancora differenti provenienti da Teheran.

👉 Leggi l'aggiornamento: Iran-USA, aperture diplomatiche ma comunicazioni ancora divergenti
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📖 L'ANALISI CONTINUA

Nei prossimi aggiornamenti continueremo a seguire l'evoluzione di Hormuz, Bab el-Mandeb, petrolio, gas e PUN, verificando se le tensioni geopolitiche si tradurranno in un effetto temporaneo oppure in una nuova fase di maggiore volatilità dei prezzi energetici.

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📚 FONTI E DATI

Analisi basata su aggiornamenti di mercato e informazioni pubblicate da Reuters tra il 16 e il 20 settembre 2026, con particolare riferimento a Hormuz, Mar Rosso, Cina, Iran, Arabia Saudita e flussi petroliferi.

I valori del PUN riportati nell'articolo sono riferiti ai dati giornalieri disponibili per settembre 2026.

Nota: gli eventi geopolitici descritti possono influenzare i mercati energetici, ma non costituiscono da soli una spiegazione deterministica dell'andamento del PUN.

02 agosto

Iran, USA e Stretto di Hormuz: perché il PUN sta continuando a salire (e cosa aspettarsi ad Agosto)

Negli ultimi quindici giorni il Medio Oriente è tornato al centro dell’equilibrio energetico globale. Non si tratta di una guerra dichiarata, né di una crisi improvvisa destinata a rientrare rapidamente. Piuttosto, stiamo assistendo a qualcosa di più sottile ma altrettanto incisivo: una tensione continua tra Iran e Stati Uniti che si muove tra azioni militari mirate e tentativi diplomatici.

Questo equilibrio instabile ha un impatto diretto sui mercati. E, come spesso accade, l’Europa — e quindi anche l’Italia — ne subisce le conseguenze più rapidamente di quanto si possa immaginare.

Tutti gli aggiornamenti su gas, petrolio e scenari energetici globali sono disponibili nella sezione dedicata: Hub Energia .

🌍 Una crisi che non esplode… ma non si risolve

Le principali fonti internazionali descrivono uno scenario in cui gli Stati Uniti stanno cercando di contenere l’escalation, evitando un conflitto aperto ma mantenendo una pressione costante sull’Iran. Parallelamente, Teheran continua a esercitare il proprio ruolo strategico nell’area del Golfo, lasciando intendere di poter influenzare direttamente i flussi energetici globali.

Ne deriva una situazione sospesa, dove l’assenza di una guerra vera e propria non coincide con una reale stabilità. Ed è proprio questa incertezza prolungata a generare le maggiori tensioni sui mercati energetici.

🚢 Hormuz: il punto da cui passa tutto

Il fulcro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas. Anche senza un blocco totale, i recenti rallentamenti del traffico marittimo e l’aumento delle tensioni nell’area sono sufficienti a generare instabilità nei prezzi.

Il mercato, infatti, non aspetta che il problema si concretizzi: reagisce in anticipo, incorporando il rischio nei prezzi.

📈 Energia e gas: il vero motore del PUN

Per comprendere l’impatto in Italia è fondamentale guardare al gas naturale. Il prezzo dell’energia elettrica, espresso dal PUN, è fortemente legato al costo del gas utilizzato per la produzione.

Negli ultimi giorni il gas europeo ha mostrato segnali di rialzo, spinto dalle tensioni geopolitiche e dai timori sulle forniture. Questo aumento si riflette in modo diretto sul prezzo dell’energia elettrica.

Per approfondire l’andamento aggiornato del PUN puoi consultare la nostra analisi completa: 👉 Vai alla pagina analisi PUN

⚡ Perché il PUN sta salendo proprio adesso

Il mercato energetico non si basa solo sui dati reali, ma soprattutto sulle aspettative. Quando cresce il rischio di interruzioni nelle forniture, gli operatori tendono a proteggersi acquistando energia a prezzi più elevati.

Questo comportamento si traduce in un aumento del costo marginale dell’energia e, di conseguenza, in un rialzo del PUN. In altre parole, il prezzo attuale riflette non solo ciò che sta accadendo, ma ciò che potrebbe accadere nel breve periodo.

⛽ Il legame con i carburanti

L’aumento del prezzo dei carburanti, che ha riportato la benzina oltre i 2 euro al litro, è parte dello stesso fenomeno. Petrolio e gas reagiscono alle medesime tensioni geopolitiche, trasmettendo gli effetti lungo tutta la filiera energetica.

Energia elettrica e carburanti seguono quindi una dinamica comune, guidata principalmente dal rischio globale.

🔎 Agosto: un mese da monitorare

Le prossime settimane saranno decisive. Agosto rappresenta un momento delicato per il mercato energetico, sia per la domanda stagionale sia per il consolidarsi degli effetti della crisi internazionale.

Lo scenario più probabile è quello di prezzi sostenuti, senza picchi estremi ma nemmeno segnali di reale discesa nel breve periodo.

💡 Tariffe energia: attenzione alle scadenze

In questo contesto, è fondamentale prestare attenzione alle condizioni contrattuali delle proprie forniture. Molte offerte sottoscritte lo scorso anno stanno giungendo a scadenza proprio in questo periodo.

Il rischio è quello di passare automaticamente a tariffe meno vantaggiose, spesso indicizzate al PUN, proprio mentre il mercato mostra segnali di rialzo.

Per capire meglio come scegliere tra prezzo fisso e variabile, puoi leggere la guida completa: 👉 Confronto tariffe luce: fisso o indicizzato?

Valutare un eventuale cambio di tariffa oggi può fare la differenza nei prossimi mesi, soprattutto in uno scenario ancora incerto.

📊 Conclusione

La crisi tra Iran e Stati Uniti non è un evento isolato, ma una componente sempre più strutturale del mercato energetico globale. Il PUN, in questo contesto, diventa il riflesso diretto di un equilibrio fragile, influenzato più dal rischio che dai fondamentali.

Monitorare l’evoluzione geopolitica e l’andamento dei prezzi non è più solo una scelta informativa, ma una necessità concreta per gestire al meglio i costi energetici.

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08 maggio

Crisi dello Stretto di Hormuz: energia, geopolitica e strategia globale degli USA

 

Le tensioni internazionali stanno influenzando direttamente il  costo dell’energia in Italia.  Eventi come la crisi nello Stretto di Hormuz hanno effetti immediati sulle bollette.

La crisi nello Stretto di Hormuz rappresenta oggi uno dei punti più critici per la stabilità energetica globale. Da questo snodo strategico transita una quota enorme del petrolio mondiale e qualsiasi interruzione, anche parziale, è in grado di generare effetti immediati sui prezzi dell’energia, sull’inflazione e sull’intero equilibrio economico internazionale.

Negli ultimi mesi, l’escalation tra Stati Uniti e Iran ha contribuito a ridurre drasticamente i flussi di greggio, alimentando una tensione che si riflette ben oltre il Medio Oriente e che coinvolge direttamente anche l’Europa.


Un collo di bottiglia energetico globale

La progressiva paralisi dello stretto ha costretto grandi operatori della logistica come Maersk, Hapag-Lloyd e CMA CGM a ripensare completamente le rotte commerciali. Le navi sono state deviate verso percorsi molto più lunghi, come quello attorno al Capo di Buona Speranza, con un inevitabile aumento dei tempi di consegna e dei costi operativi.

Questa riorganizzazione ha ridotto la disponibilità immediata di petrolio sui mercati internazionali, generando un aumento dei prezzi e una pressione crescente su tutta la filiera energetica. Non si tratta solo di una questione di trasporto, ma di un vero e proprio effetto domino che coinvolge produzione, distribuzione e consumi.


Una crisi che accentua gli squilibri globali

In un contesto di scarsità, l’energia torna ad essere una leva di potere. I Paesi economicamente più forti riescono ad assicurarsi le forniture accettando prezzi più elevati, mentre le economie più fragili restano escluse o costrette a ridurre drasticamente i consumi.

Questo squilibrio si traduce in difficoltà concrete: rallentamenti produttivi, tensioni sociali, rischio di blackout e l’introduzione di misure straordinarie per contenere i consumi. In alcuni casi, si assiste persino a una revisione dei modelli industriali, con una riduzione forzata delle attività energivore.


Il ruolo degli Stati Uniti tra strategia e opportunità

All’interno di questo scenario si inserisce la posizione degli Stati Uniti e la linea politica di Donald Trump. La narrativa più estrema suggerisce che la crisi possa essere stata in qualche modo “provocata”, ma un’analisi più attenta porta a una conclusione diversa.

Non esistono evidenze che indichino una pianificazione diretta della crisi da parte americana. Piuttosto, ciò che emerge è la capacità di Washington di inserirsi in una dinamica già instabile e sfruttarne le conseguenze a proprio vantaggio.


La logica dell’ “America First”

La strategia di Donald Trump si sviluppa lungo una direttrice chiara: rafforzare l’indipendenza energetica e ridurre la vulnerabilità degli Stati Uniti rispetto ai mercati esteri. Negli ultimi anni, questo obiettivo è stato perseguito attraverso un incremento significativo della produzione interna di petrolio e gas, accompagnato da politiche volte a proteggere e rilanciare l’industria nazionale.

Parallelamente, la pressione sull’Iran si inserisce in una strategia più ampia di contenimento geopolitico. Le tensioni nello Stretto di Hormuz diventano così uno strumento indiretto di pressione economica, capace di influenzare gli equilibri globali senza necessariamente richiedere un controllo totale degli eventi.


Vincitori e perdenti della crisi energetica

L’aumento dei prezzi dell’energia produce effetti profondamente diversi a seconda della posizione dei singoli Paesi. Per gli Stati Uniti, oggi tra i principali produttori mondiali, il rincaro rappresenta anche un’opportunità economica e strategica, rafforzando il ruolo del Paese come esportatore e aumentando la rilevanza geopolitica delle proprie risorse.

Al contrario, l’Europa e le economie fortemente dipendenti dalle importazioni si trovano esposte a un aumento dei costi e a una maggiore instabilità. Questa fragilità si traduce in pressioni inflazionistiche e in una crescente difficoltà nel garantire prezzi energetici sostenibili.


Un equilibrio ancora instabile

Nonostante la postura assertiva degli Stati Uniti, la crisi resta tutt’altro che sotto controllo. La capacità di resistenza dell’Iran e la complessità delle dinamiche regionali rendono difficile una risoluzione rapida. Il rischio è quello di una tensione prolungata, in grado di mantenere alta la volatilità dei mercati energetici.


Le conseguenze per l’Italia e il mercato elettrico

Per l’Europa e per l’Italia, gli effetti sono già tangibili. L’aumento del prezzo del gas si riflette direttamente sul Prezzo Unico Nazionale, determinando un incremento del costo dell’energia elettrica e, di conseguenza, delle bollette.

Il legame tra geopolitica e mercato energetico non è mai stato così evidente. Eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza finiscono per incidere in modo diretto sulla spesa quotidiana di famiglie e imprese.

Ogni analisi pubblicata su questo blog si basa su dati reali di mercato e aggiornamenti continui del settore energia, per offrire una visione concreta e utile a chi vuole risparmiare.


Conclusione

La crisi dello Stretto di Hormuz non può essere letta come un evento isolato, ma come parte di una trasformazione più ampia degli equilibri globali. In questo contesto, gli Stati Uniti non sembrano aver creato la crisi, ma stanno dimostrando una notevole capacità nel trarne vantaggio, coerentemente con la logica dell’“America First”.

Per il resto del mondo, e in particolare per l’Europa, la sfida sarà quella di ridurre la propria vulnerabilità energetica in un contesto sempre più instabile e competitivo.

 


Mercato gas e geopolitica:

analisi dei fattori internazionali che influenzano il prezzo dell’energia in Europa.
Vai alla sezione geopolitica e mercato energia

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04 maggio

Perché luce, gas e carburanti stanno aumentando: cosa c’entra lo Stretto di Hormuz (e perché i telegiornali non lo spiegano bene)

Negli ultimi mesi famiglie e imprese stanno assistendo a un nuovo aumento dei prezzi di luce, gas e carburanti.

Le spiegazioni più diffuse parlano genericamente di “tensioni geopolitiche”, ma raramente viene chiarito cosa sta succedendo davvero e perché questo si traduce direttamente in bollette più alte.

Per capire il fenomeno bisogna spostarsi lontano dall’Italia, in un punto strategico del pianeta: lo Stretto di Hormuz.

Il punto da cui passa l’energia del mondo

Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo. Attraverso questo stretto transita circa un quinto del petrolio globale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto (GNL).

Questo significa che una parte enorme dell’energia che alimenta economie come quella europea passa proprio da lì.

Quando questo snodo viene messo sotto pressione — anche solo a livello di rischio — i mercati reagiscono immediatamente.

Non serve infatti un blocco totale.
Basta che aumentino le tensioni, spesso legate all’Iran o alla sicurezza delle rotte marittime, perché gli operatori inizino a prezzare uno scenario di scarsità futura.

Ed è in quel momento che i prezzi iniziano a salire.

Perché i prezzi aumentano subito (anche senza crisi reale)

Il mercato energetico funziona in anticipo rispetto agli eventi.

Se cresce il rischio che il petrolio o il gas possano arrivare con difficoltà:

  • il prezzo del petrolio sale
  • il costo del gas aumenta
  • le forniture diventano più care

Questo effetto si trasmette rapidamente anche all’energia elettrica.

Ed è qui che entra in gioco il PUN.

Il legame diretto con il PUN

Il Prezzo Unico Nazionale (PUN), cioè il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica in Italia, è fortemente legato al costo del gas.

Questo perché una parte significativa dell’energia elettrica viene prodotta proprio con centrali a gas.

Quando il gas aumenta:

  • produrre energia costa di più
  • il prezzo marginale sale
  • il PUN aumenta

Secondo i dati ufficiali del mercato elettrico pubblicati dal GME - Gestore dei Mercati Energetici (Bollettino ufficiale del mercato elettrico – newsletter n.202 di aprile 2026), disponibile sul sito istituzionale), il prezzo dell’energia in Italia si forma quotidianamente attraverso dinamiche di mercato che riflettono in modo diretto le variazioni dei costi delle materie prime e le tensioni internazionali.

La catena è chiara:

Stretto di Hormuz → tensioni geopolitiche → aumento petrolio e GNL → aumento gas (TTF) → aumento PUN → bollette più alte

Questa dinamica è perfettamente coerente con le analisi che stiamo sviluppando sul mercato energetico.

Perché l’Europa paga il prezzo più alto

L’Unione Europea è particolarmente esposta a questo tipo di shock.

A differenza degli Stati Uniti:

  • importa gran parte dell’energia che consuma
  • dipende dal gas per produrre elettricità
  • è più sensibile alle variazioni dei mercati internazionali

Quando si verifica una tensione globale, l’impatto sulle economie europee è quasi immediato.

E questo si riflette direttamente sulle bollette di famiglie e imprese.

La chiave geopolitica: la strategia “America First”

Per capire fino in fondo queste dinamiche, è utile introdurre un elemento spesso ignorato: la visione strategica degli Stati Uniti, in particolare quella associata a Donald Trump e alla dottrina “America First”.

Questa impostazione non riguarda solo la politica interna, ma anche il modo in cui gli Stati Uniti si muovono nello scenario globale.

L’idea di fondo è semplice: gli Stati Uniti devono massimizzare il proprio vantaggio economico e strategico, anche nei confronti degli alleati.

Nel settore energetico questo si traduce in un obiettivo molto concreto: diventare uno dei principali esportatori mondiali di gas e petrolio.

Cosa succede in uno scenario di crisi come Hormuz

In una situazione di tensione nello Stretto di Hormuz, si crea uno squilibrio globale.

Da un lato:

  • diminuisce l’affidabilità delle forniture dal Medio Oriente
  • aumentano i prezzi

Dall’altro:

  • Paesi come gli Stati Uniti, grandi produttori di energia, si trovano in una posizione più forte

Questo comporta tre effetti principali:

Prezzi più alti favoriscono i produttori
Le aziende energetiche americane beneficiano di margini maggiori.

L’Europa cerca fornitori alternativi
E gli USA diventano un partner sempre più centrale.

Aumenta la leva geopolitica americana
L’energia diventa uno strumento di influenza internazionale.

Attenzione: non esiste una “colpa unica”

È importante chiarire un punto fondamentale per evitare semplificazioni.

Non esiste un unico responsabile dell’aumento dei prezzi.
E non è corretto dire che qualcuno “blocca” lo Stretto per far salire i mercati.

Quello che accade è più complesso:

  • tensioni geopolitiche
  • strategie economiche
  • equilibri tra grandi potenze

Si intrecciano e producono effetti sui mercati energetici.

Perché tutto questo è fondamentale per capire le bollette

Se si guarda solo al prezzo finale in bolletta, si perde il quadro generale.

Il vero punto è che:

  • il mercato energetico è globale
  • il prezzo si forma su equilibri internazionali
  • eventi lontani possono avere effetti immediati in Italia

Capire cosa succede nello Stretto di Hormuz significa quindi:

  • interpretare meglio il PUN
  • prevedere possibili aumenti
  • prendere decisioni più consapevoli sulle forniture

Conclusione

L’aumento dei prezzi di luce, gas e carburanti non è casuale.

È il risultato di un sistema complesso in cui pochi punti strategici, come lo Stretto di Hormuz, influenzano l’intero equilibrio energetico mondiale.

Allo stesso tempo, le grandi potenze — ciascuna con i propri interessi — contribuiscono a modellare questo scenario.

👉 Ed è proprio dall’incrocio tra geopolitica ed energia che nascono le dinamiche che ritroviamo ogni mese nelle bollette.


🌍 Mercato gas e geopolitica: analisi dei fattori internazionali che influenzano il prezzo dell’energia in Europa.

👉 Vai all’analisi su gas, geopolitica e mercato energia

Fonti e riferimenti

Per gli approfondimenti e i dati utilizzati nell'articolo si rimanda alle principali fonti istituzionali del settore energetico:



Mercato gas e geopolitica:

analisi dei fattori internazionali che influenzano il prezzo dell’energia in Europa.
Vai alla sezione geopolitica e mercato energia

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